MODUGNO Giacomo Meyerbeer. Zecchini
Nessuno dei compositori dell’Ottocento ha ricevuto in vita un successo, una gloria, paragonabili a quelle di Giacomo Meyerbeer. Successo e gloria che si dissero aver gettato ombra su Spontini e Rossini. E che portarono questo osservante ebreo berlinese — fragile, mite, ansioso — a trattar da pari con re e imperatori e ad ottener le stime indiscusse di Théophile Gautier, di Honoré de Balzac, di George Sand come di Cherubini, di Liszt, di Berlioz. Nonché d’un pubblico che per una sua première stipava i teatri di Parigi e di Londra, chiedendo poi repliche su repliche di Robert le Diable o di Le Prophète, del Crociato in Egitto o della Dinorah. A quella gloria, tuttavia, già un trentennio dopo la morte di Meyerbeer, parve subentrare un’emarginazione crescente, sia dai cartelloni dei teatri, sia dall’opinione di pubblico e critica. Questa, anzi (come si scrisse), parve decidere un giorno che “Meyerbeer non aveva inventato niente di nuovo” e che “potrebbe non essere un grande musicista”. C
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Ottieni indicazioniAggiornato il 10/06/2026
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